Il progetto arriva dalla Southern Illinois University Carbondale e lo finanzia la NASA, che pensa agli astronauti. Un chilo di questi biscotti costa 60 dollari, e finora nessuno li ha assaggiati.
Il gruppo di Lahiru Jayakody ha presentato i µBites il 24 agosto al
congresso dell'American Chemical Society di Chicago. Si pronuncia microbites, e la materia prima è una
bottiglia di PET, la plastica dell'acqua minerale, insieme a stocchi e foglie di mais.
Il ragionamento di partenza è brutale nella sua semplicità. "La plastica è carbonio e il cibo è carbonio",
dice Jayakody. Il problema, quindi, sta nel trovare qualcosa che sposti quel carbonio da una forma all'altra.
Dalla bottiglia all'impasto
Il primo passaggio arriva dalla geologia. Ken Anderson, geologo e collega di Jayakody, ha messo a punto un processo di dissoluzione idrotermale ossidativa. Acqua e ossigeno ad alta temperatura e pressione rompono plastica e residui vegetali in frammenti minuscoli.
A quel punto entrano in scena i lieviti. Un ceppo di
Saccharomyces cerevisiae, lo stesso del pane,
produce vanillina, cioè aroma di vaniglia. Un secondo lievito,
Rhodosporidium toruloides, mangia il glicole etilenico che esce dal PET e restituisce betacarotene, precursore della vitamina A. Dal lavoro dei microbi escono proteine, grassi e acidi. "I microbi sono molto intelligenti, e noi usiamo le loro capacità per risolvere i problemi che abbiamo creato",
sintetizza Jayakody.
Il resto assomiglia a una ricetta normale. I ricercatori aggiungono fibre, amido e un dolcificante, poi una stampante 3D estrude l'impasto in forma di biscotto. L'intera catena conta 33 passaggi e richiede uno o due giorni, con oltre metà del carbonio di partenza che finisce nel prodotto.
Nessuno li ha ancora mangiati
Qui la notizia perde parecchio smalto. I dati di laboratorio indicano un prodotto sicuro, ma il gruppo
aspetta ancora il via libera del comitato etico per i test di assaggio. Nessun ricercatore ha morso un µBite. L'unico giudizio disponibile riguarda l'odore, valutato bene.
Prima di arrivare a uno scaffale servono analisi di purezza, tossicologia, allergenicità e prove di costanza del processo. Una bottiglia usata, del resto, non contiene solo PET: additivi e coloranti fanno parte del materiale di partenza. Sono controlli lunghi, e nessuno li ha ancora completati.
Sessanta dollari al chilo
Il costo dice il resto. Sessanta dollari al chilo tengono i µBites fuori da qualsiasi scaffale, e il confronto con la
gestione ordinaria dei rifiuti non regge. Riciclare una bottiglia in una nuova bottiglia costa pochi centesimi.
Jason Hallett, dell'Imperial College London, taglia corto: non è una soluzione alla crisi della plastica, e non finiremo a mangiare biscotti di plastica. L'obiezione tocca anche la percezione. Il prodotto somma quattro cose che il pubblico digerisce male: ingegneria genetica, fermentazione di precisione, stampa 3D e un'origine che nessuno associa al cibo.
Dove il conto torna
Il senso del progetto sta altrove, e il finanziatore lo rende evidente. I fondi arrivano dalla Deep Space Food Challenge della NASA, un programma che cerca modi di produrre cibo lontano dalla Terra. Portare un chilo di provviste in orbita costa migliaia di dollari, quindi sessanta dollari al chilo diventano un affare. Lo stesso vale per un sottomarino in immersione lunga o per una zona colpita da un disastro.
C'è poi la parte agricola, che i titoli trascurano. Gli stocchi di mais sono uno scarto abbondante e poco valorizzato, e trasformarli in proteine interessa la filiera
agrifood e biotech molto più della plastica. Jayakody cita la domanda alimentare globale in crescita fino al 56% entro il 2050 e vede nei microbi una risposta.
Vale la pena leggere i µBites per quello che sono: un esperimento di laboratorio che dimostra un percorso chimico, non un prodotto. Lo stesso vale per gli
esperimenti di calcolo in orbita, dove il vincolo estremo giustifica soluzioni che sulla Terra nessuno sceglierebbe. Il passaggio dal banco di laboratorio a un prodotto vero richiede validazione scientifica e
trasferimento tecnologico, e in questo caso la strada resta lunga.