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Un microchip retinico ripristina l’80% della vista

INHUSE 28/01/2026

Un'innovazione ha scosso il mondo dell'oftalmologia e acceso le speranze di milioni di persone: un microchip retinico in grado di far recuperare la vista nell'80% dei casi. Sembra fantascienza, o il titolo di un giornale scandalistico. Invece, è scienza ed è tutto vero.

Il dato dell'80% è reale e proviene da uno studio clinico rigoroso, pubblicato nell'autorevole New England Journal of Medicine (NEJM) nell'ottobre 2025. Tuttavia, come spesso accade con le scoperte mediche rivoluzionarie, la realtà è più sfumata di un semplice numero. Cosa significa davvero questo 80%? Si tratta di una cura definitiva o di una tecnologia che richiede ancora molti chiarimenti?

In questo articolo, analizzeremo i dati dello studio per capire cosa può fare oggi la visione artificiale e quali sono i suoi reali limiti.

I dati dello studio studio clinico PRIMAvera

Lo studio in questione si concentra sul sistema chiamato PRIMA (Photovoltaic Retina Implant Microarray), una delle frontiere più avanzate nel trattamento della cecità. Il trial clinico internazionale ha coinvolto 38 pazienti in cinque paesi europei, inclusa l'Italia.

Chi sono i pazienti trattati?

È fondamentale capire che questo microchip non è ancora per tutti i tipi di cecità. Attualmente i pazienti arruolati soffrono tutti di atrofia geografica, la forma più grave e avanzata di degenerazione maculare senile.

Queste persone, con un'età media di 79 anni, avevano perso completamente i fotorecettori nella parte centrale della retina. La conseguenza è una perdita totale della visione centrale e della percezione della luce in quell'area, rendendo impossibile leggere, riconoscere volti o svolgere attività di precisione.

I risultati straordinari dopo 12 mesi di PRIMA

I dati pubblicati sono innegabilmente promettenti, infatti, solo dopo un anno dall'impianto del microchip retinico si riscontra che:

  • L'81% dei pazienti che hanno completato il follow-up ha ottenuto un miglioramento clinicamente significativo dell'acuità visiva (almeno 10 lettere in più sulla tavola optometrica).

  • L'84% ha dichiarato di riuscire a leggere lettere, numeri e parole nella vita quotidiana.

  • Il miglioramento medio è stato di circa 25 lettere (5 righe sulla tavola di lettura), con un caso eccezionale che ha recuperato quasi 12 righe.

Quindi il dato dell'80% non indica che i pazienti sono tornati a vedere come prima della malattia. Indica che, grazie al chip, sono passati da una condizione di non-visione centrale a una capacità di decifrare lettere e simboli che prima erano invisibili, ottenendo un recupero funzionale significativo.

Come funziona il microchip retinico PRIMA

Il cuore di questa tecnologia è un gioiello di ingegneria medica. Il dispositivo PRIMA è un microchip minuscolo largo solo 2x2 millimetri e spesso come un terzo di un capello umano, dotato di 378 elettrodi fotovoltaici.

A differenza di altri impianti precedenti, questo sistema è totalmente wireless e non necessita di cavi o batterie interne. Funziona grazie a una sinergia tra l'impianto e un supporto esterno:

  1. Il paziente indossa occhiali speciali dotati di telecamera.

  2. L'intelligenza artificiale elabora le immagini catturate in tempo reale.

  3. Un microproiettore negli occhiali invia le informazioni al chip nell'occhio tramite luce infrarossa.

  4. Il chip, impiantato sotto la retina, converte questa luce in impulsi elettrici.

  5. Questi impulsi stimolano le cellule nervose ancora vive, che inviano il segnale al cervello.

Il cervello impara così a interpretare questi nuovi segnali come immagini.

Quali sono i limiti di PRIMA

Nonostante l'entusiasmo, è vitale gestire le aspettative. Il microchip retinico PRIMA non restituisce la visione naturale che il paziente aveva prima della malattia. Si tratta di una "visione protesica".

Ecco i limiti principali da conoscere:

  • Campo visivo eistretto. Il chip genera un campo visivo di soli 10 gradi. Immaginate di guardare il mondo attraverso un piccolo tubo. Per leggere una riga intera, il paziente deve imparare a muovere la testa per "scannerizzare" il testo.

  • Riabilitazione intensiva. Non basta l'operazione. I pazienti devono affrontare mesi di riabilitazione visiva per insegnare al proprio cervello a decodificare questi nuovi segnali artificiali, imparando a usare lo zoom e a mettere a fuoco.

  • Dipendenza dal sistema. La visione è possibile solo indossando gli occhiali speciali e utilizzando il computer di elaborazione.

Fortunatamente, la visione periferica naturale dei pazienti (quella laterale) non viene intaccata dall'impianto.

Il ruolo dell'Italia e le prospettive Future

L'Italia è protagonista in questa rivoluzione scientifica. L'Università Tor Vergata di Roma è stato l'unico centro italiano a partecipare allo studio, con il Professor Andrea Cusumano tra i co-autori della ricerca pubblicata sul NEJM.

Quando sarà disponibile per tutti?

I tempi sono maturi. Si prevede che la Commissione Europea conceda il marchio CE entro il 2026. Questo aprirà la strada ai primi impianti clinici commerciali in Italia già durante lo stesso anno.

Conclusione

L'80% di successo riportato dallo studio NEJM è un dato scientificamente fondato, ma va letto con la giusta lente. Non stiamo parlando della restituzione della vista naturale, ma dell'avvento di una tecnologia di compensazione estremamente sofisticata.

Per i pazienti affetti da atrofia geografica, questo rappresenta la differenza tra il non vedere nulla al centro del proprio sguardo e il poter tornare, con fatica e addestramento, a leggere un testo o riconoscere un numero. Un passo avanti enorme, purché se ne comprendano i confini.